La Cammara Picta (o “Sala del Magistrato”) si trova all’interno della sede del palazzo municipale, in Piazza Duomo, ed è l’attrazione principale dell’intero edificio grazie alla sua particolare bellezza. Realizzata durante il periodo manierista, è una delle opere più preziose realizzate in Sicilia.


Il pittore termitano Vincenzo La Barbera è il genio a cui si deve la paternità degli affreschi che adornano la sala, realizzati attorno al 1600. Queste pitture sono datate e firmate sul cartiglio centrale attraverso una raffigurazione di un rotolo cartaceo, che recita: “Vincentius Barbera IN.P.TER 1610”. Il cartiglio è posto sul grande finestrone, in modo tale che chiunque faccia il suo ingresso nella maestosa sala se lo ritrovi immediatamente di fronte.

Questa magistrale opera racconta la storia della città a partire dalle sue origini mitologiche, fino a giungere alle vicende della greca Himera e alla conseguente distruzione della colonia ellenica da parte dei cartaginesi, che darà vita al nuovo nucleo urbano di Termini Imerese, sotto il nome di Thermae. Queste pitture rappresentano in Sicilia l’unico esempio di ciclo pittorico unitario di committenza laica e interamente a soggetto profano.

L’obiettivo di La Barbera era sicuramente di stampo storico-narrativo, ma non è da escludere anche il contesto politico e religioso in cui queste narrazioni sono calate. I personaggi principali che emergono nella rappresentazione sono Stenio e Tisia D’Imera, conosciuto come Stesicoro (“direttore di cori”). Stenio fu cittadino di Termini Imerese nel I secolo a.C. Egli fu ingiustamente accusato da Gaio Licinio Verre, ai tempi governatore della Sicilia, e difeso davanti al tribunale romano dal grandioso Cicerone. Le origini di Stesicoro, invece, sono ancora incerte, ma viene comunque considerato e acclamato cittadino di Termini Imerese poiché qui egli visse e compose la maggior parte delle sue opere.

E’ un fregio ad ornare le pareti, grazie ai suoi affreschi divisi in dodici pannelli. Lo stemma della città invece si staglia sopra la porta di ingresso della sala.
Il soffitto a cassettoni è dipinto ad olio e rappresenta scene allegoriche con al centro un grosso stemma gentilizio. Le pitture su tela infisse sul tavolato dei cassettoni intendono svolgere un programma di esaltazione della monarchia spagnola e della pace contro le insidie della guerra.

Nel lacunare centrale di forma ottagonale campeggia l’aquila regale coronata che reca l’arma di Filippo III di Spagna; anche i quattro emblemi centrali sono un indubbio riferimento alla monarchia spagnola, in questi infatti protagonista assoluta è l’aquila spagnola, declamata da cartigli con motti.

Il riferimento alla Monarchia spagnola nella sala della riunione del Magistrato voleva essere un atto di devozione della Città Splendidissima verso la casa regnante, una ulteriore conferma della fidelitas verso il potere centrale e quello periferico rappresentato dal viceré e dai dignitari, con il quale venivano intrattenuti strettissimi rapporti mercantili e di affari; non si dimentichino i privilegi concessi in quegli anni al Magistrato termitano prima (1603) dal Viceré Don Lorenzo Xuarez de Figueroua e Corduba Duca di Feria e qualche anno dopo (1611) da Don Pietro Giron Duca d’Ossuna, che mostrò particolari interessi volti al potenziamento del caricatore.

I quattro riquadri angolari sono più complessi e raffinati, perché vogliono mostrare l’opposizione tra i frutti benefici della pace e le calamità della guerra, riferibili sia alla monarchia che all’umanità intera. Per esempio, all’emblema “Pacis Opus”, reso attraverso l’elefante con un ramo d’ulivo, è simmetricamente contrapposta la figura alata con la tromba ed il motto “Aere Ciere Viri” (“chiamare gli uomini a battaglia”); così come quello accanto con il leone solitario, simbolo della forza, trova il suo contrario nella figura del grande Stesicoro, ben resa nel suo intrinseco significato dall’iconografia seicentesca del “senem incurvum, cum librum manibus”.

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