Nella parte alta della città di Termini Imerese fu fondato nel 1873, per ospitare i reperti archeologici e le opere di valore artistico che prima erano contenute nel vicino Palazzo Senatorio e nella Biblioteca Liciniana, il museo Baldassare Romano, che porta il nome dell’archeologo che scopri l’anfiteatro e la curia della città e che curò il primo allestimento acquisendo opere anche dai privati cittadini. Si può quindi affermare che il museo nacque da collezioni e donazioni secondo lo spirito del tempo. L’edificio, costituito da vari corpi di fabbrica, era nel trecento l’ospedale della S.S. Trinità al quale fu annesso la Chiesetta di San Michele con soffitto a capriate lignee e le cui pareti furono affrescate da Niccolò da Pettineo con scene della vita di Cristo. Nel 1589 l’ospedale affidato ai Fatebenefratelli fu ampliato con un’altra ala e con un portico. Rimasto chiuso per diversi anni durante i quali ha subito, purtroppo, gravi spoliazioni tra le quali un presepe del XVIII secolo in corallo rosso, avorio e madreperla, e il pavimento a mosaico della sala del palazzo di Agatino, storico personaggio della antica Thermae, ha riaperto al pubblico nel 1990. Il nuovo allestimento comprende tre distinte sezioni: al piano terra quella archeologica, al primo piano la sezione storico-artistica che consta della pinacoteca e della gipsoteca dello scultore termitano Filippo Sgarlata e, nei locali adiacenti al giardino, la sezione ottocentesca. La sezione archeologica si articolò fin da principio in quattro sottosezioni: la prima, quella preistorica, comprende tutti i manufatti e le industrie litiche del paleolitico superiore fino all’età del rame e del bronzo secondo la classificazione che fece lo studioso Giuseppe Patiri e recuperate dai ripari e dalle grotte del territorio termitano tra cui le famose grotte del “Riparo del Castello”, “Geraci” e “Puleri”. Superate le successive salette relative alle altre due sottosezioni dedicate alla colonia d’Himera e alla collezione numismatica ci si immette nel grande salone, evocativo dell’antico foro Romano, che corrispondeva all’attuale zona della Piazza Duomo e del Belvedere. Si apre così con l’ultima sottosezione quella della Thermae romana, elevata al rango di colonia dall’imperatore Augusto ed da lui insignita del titolo di “Civitas Splendidissima“. Statue togate acefale si elevano al centro su Piedistalli, scandendo lo spazio con la loro maestosità e i loro panneggi. Sono state  rinvenute nella zona del foro ed una, in particolare, nel luogo che viene definito “casa di Stenio” e che si suppone rappresenti questo illustre personaggio citato da Cicerone nelle Verrine e che si oppose alla spoliazione dell’imperatore romano Verre. Epigrafi, resti di cornicioni architettoniche e tubature dell’acquedotto Cornelio completano l’allestimento arricchito da due mirabili ritratti di donna, di epoche diverse, uno dei quali, Drusilla mantiene ancor le tracce del colore. Corredi tombali distinti per tipologia e datazione , lucerne, terrecotte figurate, unguentari, ma anche finissimi alabastra in vetro accompagnano il visitatore fino ad un elegante portale in marmo, trasferito dalla Chiesa della Gancia, che immette alla cappella di San Michele Arcangelo la quale conserva ancora tracce di affreschi alle pareti e che introduce alla sezione storico-artistica del Museo.

Al suo interno una scultura lignea anonima che rappresenta la Trinità sotto forma di Pietà, iconografia unica in Sicilia, in quanto le altre tre figure divine Padre, Figlio e Spirito Santo hanno gli stessi tratti somatici e sono avvolti dallo stesso mantello ed il mirabile trittico di Gaspare Da Pesaro del 1453 che raffigura al centro tra gli angeli la Madonna con il Bambino e nelle pale laterali i Santi Giovanni Battista e Michele Arcangelo. Dalla Cappella si accede alla Pinacoteca. Tre espositori mobili, posti al centro della sala, guidano lo spettatore secondo un percorso cronologico di opere pittoriche di artisti siciliani dal XVI e XVII secolo. All’ingresso è esposta una tela fiamminga della Scuola di Colonia del XVI secolo che rappresenta l’Annunciazione: su sfondo scuro si libra lo Spirito Santo sotto forma di colomba tra l’Arcangelo Gabriele le cui vesti, arricchite da gioielli testimoniano la maestri e la fastosità delle oreficerie siciliane e la Vergine Maria con chioma fluente e abito austero. La maggior parte delle opere appartengono all’artista termitano Vincenzo La Barbera, grande architetto ingegnere e pittore, le cui tele si trovano in tutta la provincia di Palermo e che affrescò con episodi della storia della città la “Sala del Magistrato” del Palazzo Senatorio, oggi sede del Comune. Un suo mirabile dipinto manierista è il “Martirio di Sant’Agata”: la scena ricca di pathos coglie la Santa nel momento della tortura per mano dei suoi aguzzini in un ambientazione ricca di elementi architettonici che ne caratterizzano lo stile. Stampe e mobili d’epoca conducono alla gipsoteca dello scultore termitano Filippo Sgarlata, artista di fama nazionale. Parte integrante del Museo è il giardino che conserva nel suo portico resti archeologici non classificati come colonne. sarcofagi, utilizzato per manifestazioni culturali. Da qui si accede alla sezione ottocentesca che custodisce donazioni da collezioni private, incisioni di Gandolfo Ferrara, con vedute della città e delle sue rovine, ritratti di illustri personaggi termitani, del pittore De Michele tra cui quello di Baldassare Romano e un ritratto di un giovane anonimo, tela del pittore Francesco Lojacono.

Nella Chiesa della Misericordia, a seguito di intervento di restauro, sono state messe in luce diverse Cripte contenenti resti ossei oltre che sepolture di nobili termitani. La scoperta più importante però riguarda la così detta ” Lastra della pesca del tonno” ovvero una epigrafebtombala, riutilizzata come copertura di una cripta, che rappresenta ad oggi. la più antica rappresentazione di una Tonnara con scena di mattanza e che è stata datata intorno la fine del ‘500 (*)

Bibliografia:

  • “Termini Imerese ritorno alla Civitas Splendidissima” della Dott.ssa Manuela Sinatra; tratto da la rivista “I Beni Culturali” anno 2012
  • (*) Quest’ultimo paragrafo non è contenuto nell’articolo ed è stato gentilmente concesso ed aggiunto in seguito dalla Dott.ssa Manuela Sinatra